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MERCIFICAZIONE DEL SENSO
In questa 50entesima biennale di Venezia l'opera è il mezzo, viatico di un "messaggio", il più delle volte di protesta, denuncia, rivalsa e rimemorazione storica. Liberiamoci per sempre dal fantasma hegeliano! L'arte dovrebbe smettere di arrogarsi il diritto di apparire nella veste sensibile di un'idea.
Si dispone un'arte impegnata dai propri artisti, piegati alla teoria dei propri curatori, alleati sensibili di ciò che si crede essere l' "essenziale": la denuncia, dai contenuti sociale, politico, esistenziale, è smodatamente resa al pubblico come l'ultimo vero atto di un fare artistico che pretende un presa sul reale per lasciarsi comprendere.
PER UN'ARTE SENZA SPETTACOLO
Assistiamo alla spettacolarizzazione di un limite auto imposto: l'idea che l'arte abbia ancora qualcosa da dire.
Siamo circondati dal fascino escatologico dell'occidente, terra del tramonto della civiltà, vi assistiamo anche quando pensiamo di fruire di culture altre, mai estranee perché ripensate dallo sguardo dell'occidente come nel video Me 2000-2003 dell'artista iraniano Ghazel, presente nella sezione Clandestini, che nel modo e nel mezzo di cui si avvale per rappresentare ciò che intende cede alla falsificazione mediatica cui siamo avvezzi e quindi mai estranei e troppo preparati. Assistere a questi rinnovati tramonti è il privilegio del critico, di colui che in virtù della propria paradossale spregiudicatezza, abita nel mezzo tra l'oggettivazione dell'atto operistico del fare artistico e l'origine delle motivazioni che lo hanno generato, condividendo con l'artista la responsabilità di un’incertezza: il destino di ciò che resta di là da ciò che è stato intenzionato. S'intessono così le armonie e le distonie interpretative calibrate secondo canoni e giudizi di gusto cui solo una specie molto particolare di pubblico crede di sfuggire, ancorandosi al sicuro esercizio della storicizzazione.
L'ILLUSIONE DEL CURATORE
Dittatura dello spettatore: l'enunciazione è di per sé ingannevole in quanto un tubo scopico nel quale fisicamente siamo chiamati ad entrare indica l'attraversamento preliminare dello sguardo all’interno di un solo canale prospettico, il che equivale a dire di un unico orizzonte di senso.
Non dovrebbe esistere null'altro oltre a ciò che ci è accordato dalla vista, se non le insidie infinite della simbolizzazione, trappole in cui s'inciampa di continuo poiché raramente lo sguardo si muta in visione.
Si tratta del pericolo dell'eterno rimando simbolico ad un significato altro dal fare artistico che Beuys aveva intuito: l'arte non è simbolica di qualcosa che si celerebbe al di là di ciò che essa rivela poiché essa contiene già in sé la condanna alla ri-velazione eterna. Beuys incon-preso ad esempio per questa Biennale, Beuys di cui si cita l'esortazione più gioiosa: "ogni uomo è un artista". Una frase che riassume il concetto di base della Teoria della Plastica Sociale su cui varrebbe la pena sostare per sostenerne il peso concettuale, per chiarirne il senso all'interno di una possibilità creativa svincolata dall'ossessività produttiva e falsamente ri-generativa dell'era globale.
RICORDARE RIPETERE ...
Svincoliamoci dall'illusione di essere creatori di un qualche cosa che non sia già pre-destinato, se non sono le forme a cambiare i contenuti rimarranno in eterno gli stessi, condannati come siamo ad eterni ritorni senza rivoluzioni. Manca tra i ricordi e le ripetizioni formali e teoriche di questa Biennale una possibilità di rielaborazione, un'operazione che richiede il coraggio della sospensione: come afferma David Hammons "La gente non riesce ad affrontare il vuoto", perché forse non ha fiducia nel lutto come possibilità rigenerativa. |
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