Attraverso le loro mani - Interviste (II PARTE)
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di Eleonora Di Erasmo
da
Roma, 04.10.2003 | |
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Un video che proietta i paesaggi ripresi durante il Giro d’Italia, ma non le biciclette, bambole di stoffa e su di esse delicati ricami come tracce di tante piccole storie. Eva Marisaldi attraverso i suoi lavori ci parla delle ricamatrici, della solitudine in cui creano i propri manufatti, della lentezza di misurati gesti reiterati, dei percorsi della mente che l’esercizio quotidiano sottintende.
EM–"Luisa, un pensiero per una ricamatrice", nasce dal fatto che spesso sono state raffigurate in arte le ricamatrici. Io ho avuto la fortuna di essere spettatore di vari momenti di ricamo di questa ricamatrice, Luisa, di vedere che č molto piů che una passione oltre che un lavoro. Non ho mai fatto del vero ricamo, ma piů volte ho potuto vedere come lavora lei. So anche che uno dei suoi passatempi č guardare il Giro d’Italia con un' attenzione al paesaggio. Mi sembrava interessante il fatto che una persona che č sempre concentrata sul particolare, pur ovviamente tenendo presente l’insieme, come ginnastica guardasse comunque una cosa spostando l’occhio su un secondo piano. Questo mi interessava, una ginnastica dell’occhio che ha a che fare con la percezione.
Per fare questo video abbiamo provato a farci dare un intero Giro d’Italia ma diventava una cosa troppo costosa, per cui abbiamo registrato l’anno scorso, ancora prima che si sapesse di questa mostra, tutto il Giro d’Italia. Il nostro lavoro č consistito nell’aver visionato tutto il materiale, averlo scelto, tagliato e montato. Non l’ha fatto la persona a cui č dedicato questo lavoro, comunque l’idea č sua. Io praticamente ho veicolato solamente una cosa che lei mi ha detto per caso.
EDE–Potresti parlarmi de “I rimandati". Perché č stato scelto un lavoro di dieci anni fa, c’č un collegamento con l’altra opera?
EM–Questo č un lavoro del ’94, gli organizzatori avevano chiesto un’opera vecchia e una nuova. I rimandati sono coloro che non hanno saputo cogliere un’occasione o l’hanno sprecata. Ce ne č ad esempio una che ha un mantellino formato A4 quasi ad esprimere un desiderio di scrittura. E’ un lavoro che ho amato molto fare. Le bambole sono state prima disegnate e poi fatte.
EDE–Fino a che punto l’opera rimane aperta, fino a che punto coinvolgi lo spettatore?
EM–L’opera rimane apertissima. Nelle opere precedenti cercavo di dare delle indicazioni al pubblico, non č il caso di queste due opere in mostra. Comunque per me č giŕ importante se attraverso le mie opere riesco a toccare il pubblico.
EDE–In un’era in cui siamo abituati ad una percezione veloce, sfuggente puoi parlarmi della tua scelta di comunicare con lo spettatore per mezzo di un fare manuale al contrario lento che presuppone una percezione anche piů lenta, meditata ?
EM–no, non č vero non hanno una percezione piů lenta, hanno una fattura piů lenta. Le persone guardano o con la stessa velocitŕ o con la stessa attenzione sia i disegni cuciti che le immagini.
Il ricamo in alcuni casi si fa portavoce di una protesta politica. Rainer Ganahl attraverso i lavori presentati in mostra avanza una critica alla guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre. L’artista attraverso lo studio delle lingue e in questo caso la tecnica del ricamo cerca di stabilire un contatto, un dialogo con popoli costantemente colpiti dalla guerra per dare loro una voce, un riscatto.
RG-L’idea č nata dall’unione di due cose, la guerra in Afghanistan, quella di due anni fa e il lavoro di Alighiero Boetti. Durante questa guerra mi sono ricordato che su qualche arazzo di Boetti, anche in uno dei lavori presenti in mostra, ci sono delle scritte pashto afgane, oggi si direbbe di genere fondamentalista, radicale.
Mi interessava quindi sapere cosa pensa il popolo afgano in questo momento della politica americana, cosě ho cominciato a fotografare delle frasi diffuse dai mass media americani, infatti visto che vivo a New York sono riuscito ad avere tutte le informazioni delle reti televisive americane. Ho creato un archivio fotografico privato di guerra, poi ho preso questi logo che servono da interfaccia dell’informazione, come ad esempio, “LIVE”, “America strikes back”, “Next Target”, "Latest Developments" e, ricamati su delle stoffe, li ho fatti trasportare in Afghanistan attraverso una procedura complicata, tramite degli emigrati afgani che vivono a New York. Gli ho chiesto di scrivere una risposta da rimandarmi indietro, perciň ho lasciato spazi bianchi sulle stoffe perché potessero scrivere. All’inizio non hanno risposto perché c’era una difficoltŕ di comunicazione, ma alla fine hanno capito. Adesso sto anche chiedendo di scrivere dei pensieri piů lunghi.
EDE-Lavori spesso usando questa logica?
RG–Sě, c’č un altro lavoro che sto facendo ora con la stessa logica con degli iraqeni che vivono in Europa e forse tra un po'anche in Iraq. Stiamo facendo la stessa cosa, un dialogo perň non attraverso i ricami, ma su piastrelle di ceramica. L’interfaccia riguarda il linguaggio del potere, dell’informazione.
Qualche anno fa poi ho partecipato ad una fiera d’arte a New York. I miei lavori consistevano in tre pareti interattive di graffiti, chiedevo infatti alle persone di scrivere quello che pensavano della politica americana.
Il mio lavoro principale consiste anche nell’imparare le lingue, anche la lingua č un’interfaccia che ci serve per capire, per comunicare.
EDE–Dunque usi spesso la tecnica artigianale…
RG–In realtŕ io non la uso, non tocco un filo, tocco un prodotto, il ricamo viene usato per un mio lavoro. Lo uso perché c’č dietro anche l’aspetto della tradizione, dei lavori di Alighiero Boetti. Inoltre la mia opera si complica perché le persone che mi rispondono ora non hanno un lavoro, quindi c’č dietro anche l’aspetto dello sfruttamento del lavoro, del cambio di lavoro. Anche il problema del lavoro mi interessa molto.
EDE–Pensi che oggi tra gli artisti ci sia la tendenza al recupero di un fare manuale piů lento?
RG–Non la penso in senso categorico, come ti ho detto io non tocco niente per i miei lavori, per me č piuttosto l’aspetto del lavoro, di una tradizione che trovo dietro alla tecnica manuale che mi interessa.
Comunque vedo riemergere questi modi di lavorare perché adesso il mercato si č allontanato dagli artisti concettuali. C’č una rivisitazione di queste pratiche, della tradizione, in questa mostra ci sono artisti che dimostrano tutto questo. Tuttavia sono critico nell’essere categorico.
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